Gay & Bisex
La gerarchia dei cazzi
19.10.2026 |
2.792 |
5
"Ma dietro le palpebre c’erano ancora quei cazzi, l’acqua che scorreva, e la certezza fredda che il giorno dopo sarebbe stato peggio..."
Dedicato a Roby******************************
Roberto scese dal furgone grigio con le mani ancora legate da fascette di plastica. Aveva 17 anni, i capelli scuri un po’ lunghi che gli cadevano sugli occhi e una maglietta nera troppo larga sulle spalle magre. Il riformatorio di periferia non sembrava una prigione vera: mura basse, cortile di cemento, edifici a due piani con le finestre a sbarre. Ma l’aria aveva lo stesso odore chiuso di sudore, detersivo industriale e testosterone.
Lo fecero spogliare nell’ufficio di accettazione. Tutto. Maglietta, jeans, boxer, scarpe. Restò nudo mentre un agente gli passava lo scanner e un altro controllava la borsa con gli effetti personali. Roberto tenne lo sguardo basso, ma sentì gli occhi su di sé. Non solo quelli degli agenti.
«Cella 14, secondo piano. Camerata con altri 3.»
La cella era una stanza con 4 letti di metallo, armadietti di lamiera e una sola finestra alta. Quando entrò, 3 paia di occhi si alzarono contemporaneamente. Marco stava seduto sul bordo del suo letto, a torso nudo, i pantaloni della tuta abbassati fin sotto le anche. Aveva 22 anni, spalle larghe, un tatuaggio di croce sul collo e il cazzo già mezzo duro che gli pesava tra le gambe.
Diego, più magro ma con le braccia piene di muscoli, era in piedi vicino all’armadietto. Lui aveva i pantaloni aperti. Il suo membro era più lungo, un po’ ricurvo, e mentre guardava Roberto se lo toccò piano, una sola volta, come per abitudine.
Samuele, il più giovane del gruppo ma già con lo sguardo duro, era seduto a gambe divaricate. Non si toccava, ma il tessuto della tuta era teso in modo evidente.
Roberto sentì il sangue salire alle guance. Non aveva mai visto così tanti cazzi in un colpo solo. Non in un contesto del genere. Non mentre tutti lo fissavano come se fosse già nudo.
«Nuovo», disse Marco. La voce era bassa, calma. «Come ti chiami?»
«Roberto.»
«Bob. Da adesso sei Bob.»
Nessuno rise. Nessuno disse altro. Solo quello sguardo lungo, appiccicoso, che scendeva dalla faccia al petto magro, al basso ventre ancora coperto dai boxer istituzionali che gli avevano dato.
La sera, dopo la conta, le luci si abbassarono ma non si spensero del tutto. Una lampada blu restava accesa in fondo al corridoio. Nella camerata si sentivano i respiri, qualche sussurro, il fruscio di lenzuola. Roberto stava sdraiato di fianco, gli occhi aperti, quando sentì il primo suono umido. Un gemito soffocato. Poi un altro. Qualcuno si stava segando senza nemmeno cercare di nasconderlo.
Voltò appena la testa. Marco era sdraiato sulla schiena, una mano sotto le mutande, il pugno che si muoveva lento e pesante. Il cazzo gli usciva dal bordo dell’elastico, la testa lucida. Diego, nel letto di fronte, aveva abbassato i pantaloni fino alle cosce e si toccava apertamente, guardando proprio verso il letto di Roberto. Samuele respirava più forte, le ginocchia alzate sotto il lenzuolo.
Roberto chiuse gli occhi. Ma l’immagine gli era rimasta stampata dietro le palpebre: tre cazzi duri, diversi tra loro, tutti in movimento nella stessa stanza. Il suo stesso membro diede un leggero sobbalzo traditore. Lo odiò per quello.
Il giorno dopo toccò le docce.
Erano collettive: una stanza rettangolare con sei soffioni, niente box, solo muri di piastrelle verdastre e uno scarico centrale. L’acqua era tiepida, quasi fredda. Roberto entrò per ultimo, un asciugamano stretto intorno alla vita. Gli altri erano già sotto i getti.
Marco si stava insaponando il petto con movimenti lenti. Il cazzo, anche a riposo, era pesante e lungo. Quando si girò di tre quarti per prendere il flacone di sapone, Roberto vide che era già mezzo eretto, la pelle tesa, la testa che spuntava dal prepuzio. Diego gli stava di fianco, di spalle, e mentre si lavava le natiche si toccava tra le gambe senza fretta. Il suo membro era completamente duro, puntato verso il muro, e ogni tanto dava una piccola spinta con i fianchi come se stesse immaginando qualcosa.
Samuele rise di qualcosa che Diego aveva detto e, ridendo, si voltò. Il suo cazzo oscillò, pieno, le palle tirate. Si accorse dello sguardo di Roberto e non distolse gli occhi. Anzi, si prese il membro in mano e lo strinse una volta, lenta, lasciando uscire una goccia trasparente che l’acqua diluì subito.
Roberto sentì le gambe molli. L’asciugamano gli scivolò un centimetro. Il cuore gli batteva troppo forte. Non riuscì a staccare lo sguardo in tempo.
Marco lo notò.
«Ti piace guardare, Bob?»
La voce non era aggressiva. Era peggio: divertita, paziente, come chi sa già come andrà a finire.
Roberto scosse la testa, arrossì fino alle orecchie e si cacciò sotto il soffione più lontano, di spalle. L’acqua gli scorreva sulla nuca, ma non riusciva a cancellare le immagini. Quei tre cazzi duri, le vene, il modo in cui si muovevano sotto l’acqua, il sorriso di Marco.
Qualcuno gli passò dietro. Una mano gli sfiorò la natica sinistra, solo un attimo, come per sbaglio. Poi la voce di Diego, vicinissima all’orecchio:
«Domani ti facciamo vedere da più vicino.»
Roberto non rispose. Si strinse l’asciugamano e uscì dalla doccia con le gambe ancora tremanti. Nella camerata, mentre si rivestiva, sentì di nuovo gli sguardi. E sotto i boxer istituzionali il suo cazzo era duro, traditore, e non c’era modo di nasconderlo del tutto.
Marco, dal suo letto, lo guardò e sorrise appena.
«Buonanotte, Bob.»
Roberto si infilò sotto le coperte e chiuse gli occhi. Ma dietro le palpebre c’erano ancora quei cazzi, l’acqua che scorreva, e la certezza fredda che il giorno dopo sarebbe stato peggio.
E, in fondo a tutto quel disgusto e quella paura, qualcosa di caldo e inconfessabile aveva già iniziato a muoversi.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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